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Toro scatenato
























« ... ma io non sono Olivier, anche se mi farebbe piacere. E poi lo vorrei vedere sul quadrato recitare se con Sugar si misurasse chissà quante ne pigliasse... per cui datemi un'arena, Jake il toro si scatena, perché oltre al pugilato sono attore raffinato. Questo è spettacolo! »
(Jake LaMotta)

Titolo originale: Raging Bull
Paese: USA
Anno: 1980
Durata: 129'
Colore: b/n con sequenze a colori
Audio: sonoro
Genere: drammatico, sportivo
Regia: Martin Scorsese
Soggetto: Jake LaMotta, Joseph Carter, Peter Savage
Sceneggiatura: Paul Schrader, Mardik Martin
Interpreti e personaggi
Robert De Niro: Jake LaMotta
Cathy Moriarty: Vickie LaMotta
Joe Pesci: Joey LaMotta
Frank Vincent: Salvy
Nicholas Colasanto: Tommy Como
Theresa Saldana: Lenore LaMotta
Mario Gallo: Mario
Frank Adonis: Patsy
Joseph Bono: Guido
Frank Topham: Toppy
Lori Anne Flax: Irma

Fotografia: Micheal Chapman
Montaggio: Thelma Schoonmaker
Effetti speciali:
Scenografia: Gene Rudolf
Premi:
2 Premi Oscar 1981: miglior attore protagonista (Robert De Niro), miglior montaggio
2 National Board of Review Awards 1980: miglior attore (Robert DeNiro), miglior attore non protagonista (Joe Pesci)



















Toro scatenato è un film statunitense del 1980, diretto da Martin Scorsese.

È una delle opere più importanti nate dalla collaborazione tra il regista Scorsese e l'attore Robert De Niro. Ispirato dall'autobiografia del pugile Jake LaMotta, Raging Bull: My Story, adattata da Paul Schrader e Mardik Martin, il film fu quasi interamente girato in bianco e nero.



















Il ruolo di protagonista, nella parte che gli valse il premio Oscar, è di un magnifico Robert De Niro, la cui interpretazione, unanimemente considerata come una delle più intense di tutta la storia del cinema (soprattutto nei suoi monologhi in camerino, prima dello spettacolo del vecchio LaMotta), fu memorabile. De Niro interpreta il pugile peso medio Jake LaMotta, dal carattere brusco e paranoico, che, cresciuto nel Bronx, si allena tenacemente per raggiungere i vertici della boxe, per poi subire una vera caduta, accompagnata da notevoli problemi con la famiglia e gli amici. Il ruolo del fratello-manager di Jake, Joey, è di Joe Pesci, per il quale ricevette la nomination all'Oscar come miglior attore non protagonista.



















Il film fu distribuito dalla United Artists; inizialmente i produttori esecutivi furono esitanti sui finanziamenti dello stesso, poiché temevano una stroncatura da parte della critica per l'eccessiva violenza, verbale e non. Comunque Scorsese e De Niro, dopo aver rielaborato alcuni pezzi, furono in grado di procedere. Entrambi gli artisti erano intenzionati a fare del film il meglio possibile, e questo soprattutto da parte del regista. Scorsese, infatti, non attraversava un buon periodo, sia per i soliti problemi d'asma, per il quale fu sostituito come regista in alcune scene da suo padre, Charles Scorsese, sia, a livello artistico, per il fallimento, su ogni fronte (pubblico, critica e spese), del musical New York, New York . Lo stesso Scorsese era convinto che Toro scatenato sarebbe stato molto probabilmente il suo ultimo film.



















Come detto Robert De Niro vinse l'Oscar 1981 per il miglior attore protagonista, a cui si aggiunge quello per il miglior montaggio, dato a Thelma Schoonmaker; questo secondo riconoscimento premiava l'innovativo stile delle riprese dei combattimenti, diverse, tanto per fare un esempio, da quelle di Rocky. "Toro scatenato" ricevette altre sei nomination: miglior attore (Joe Pesci) e miglior attrice non protagonisti (Cathy Moriarty), miglior sonoro, miglior regia, Best Cinematography and Best Picture.



















Nel 1990 è stato scelto per la preservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.

Nel 1998 l'American Film Institute l'ha inserito al ventiquattresimo posto della classifica dei migliori cento film statunitensi di tutti i tempi mentre dieci anni dopo, nella lista aggiornata, è salito addirittura al quarto posto.




















Le prime scene del film mostrano Jake LaMotta, in età avanzata, prepara uno dei suoi consueti spettacolini comici in un piccolo locale; segue un lungo flashback, che si chiude poco prima della fine, sulla sua precedente carriera di pugile.

LaMotta (De Niro) è un forte e tenace combattente, proveniente dal Bronx, con il fratello minore Joey (Pesci) come suo manager. All'inizio Jake è sposato, ma poco dopo, anche a causa dei fortissimi litigi con la moglie, e della storia d'amore con la bella Vicki (Moriarty) il suo matrimonio fallisce. Contemporaneamente LaMotta sale lentamente i gradini del mondo della boxe, anche se con una certa fatica poiché all'inizio non vuole mettersi sotto la protezione di alcuni influenti personaggi del quartiere che, in cambio di alcuni incontri indirizzati a loro piacimento, lo avrebbero aiutato ad essere proclamato sfidante ufficiale per il titolo di campione mondiale dei pesi medi. Alla fine, dopo alcuni match, tra i quali ricordiamo quelli con Sugar Ray Robinson, e dopo averne perso intenzionalmente qualcuno, per favorire i suoi "protettori", Jake arriva finalmente a poter contendere il titolo al campione del mondo dei pesi medi.



















Nel contempo la sua vita comincia ad essere costellata da grossi problemi, prima quelli di peso, che doveva mantenere sotto certi livelli per poter combattere, poi quelli familiari; infatti, nonostante il matrimonio e i figli, Jake è divorato da una forte gelosia, e teme continuamente che la moglie Vicki lo tradisca. Un episodio del film ci fa capire l'enorme gelosia del protagonista, aiutata dal pessimo carattere e da un'intelligenza non sopraffina: poco prima di un incontro di scarsa rilevanza la moglie Vicki nota che lo sfidante del marito è un bel ragazzo. A parte il litigio sulla questione che Jake ha con la donna, durante l'incontro, Jake si scatena contro l'avversario, riducendolo in uno stato tale da non poter essere più reputato carino.



















Nonostante la vittoria del titolo Jake piomba così ancora di più in uno stato di paranoia, che investe anche gli amici e il fratello; Joey infatti, che aveva sempre fatto di tutto per aiutarlo, fino a fare a pugni per evitare che la cognata si divertisse con dei suoi amici, attira le ire del fratello, che lo sospetta addirittura di andare a letto con la moglie. I rapporti con Joey si fanno sempre più tesi, anche perché quest'ultimo cerca di far seguire una dieta come si deve al fratello, finché un giorno Jake lo picchia, in preda a un raptus, scatenato dalla battuta della moglie, esasperata dalla gelosia di lui, sul fatto che lei andasse a letto pure con Joey. La parabola discendente di La Motta presto investe anche lo sport, e presto perde il titolo con il suo acerrimo rivale Sugar Ray Robinson; rimasto senza il fratello, che dopo i litigio lo abbandona, senza che Jake lo cerchi più, La Motta comincia a ingrassare fino a ritirarsi dalla boxe dopo pochi anni. Ma nemmeno nel lusso in cui vive, con i figli e la paziente moglie al fianco, riescono a darli una vita serena; La Motta compra e gestisce il locale omonimo, passando lì molto del tempo, dandosi al divertimento, finché Vicki non si porta via i figli divorziando. Jake, solo, si dedica al suo night club, dove fa l'intrattenitore, ma presto subentrano problemi economici e legali, infatti tra le altre cose viene incastrato in un'accusa di sfruttamento della prostituzione, e per racimolare i soldi per mettere tutto a tacere (cosa che non gli risucirà) spacca anche la sua cintura di campione del mondo per venderne le gemme.



















A causa di questa denuncia finisce in prigione, dove libera la sua rabbia contro le pareti, nell'ira di un uomo che piano piano sta perdendo tutto quello che di bello aveva avuto. La parte finale del film, in cui De Niro ci offre un saggio della sua abilità, vede un La Motta solo al mondo, che riesce a malapena a scusarsi con il fratello, incontrato per caso, che però non vuole saperne di lui. Nel finale vero e proprio Jake è nel suo camerino,che prova allo specchio il monologo che dovrà fare sul palco, tratto da quello di Marlon Brando in Fronte del porto; alla fine viene chiamato per i suoi "5 minuti" di spettacolo, e qui si chiude il film.



















Il progetto di Toro scatenato fu presentato a Martin Scorsese dal suo amico e collaboratore Robert De Niro, che aveva scoperto il libro di memorie di LaMotta, su cui sarebbe stato fatto il film, e voleva a tutti i costi avere la parte da protagonista. In questa pellicola ripercorriamo le gesta sportive di un combattente nato ma, ancor più, saggiamo la psicologia dell'uomo La Motta, classico esempio di individuo succube della sua stessa natura, nel bene e nel male. Indubbiamente il film viene ricordato principalmente per tre caratteristiche: 1) essere la pellicola dedicata alla box più importante della storia (probabilmente anche il film dedicato alla sport in generale); 2) essere il film in bianco e nero dell’epoca più bello; 3) contenere l’interpretazione più incredibile mai vista della storia del cinema, quella di Robert De Niro.



















Toro scatenato fu girato in due fasi. La maggioranza del film, incluse tutte le scene sul ring, fu girato per prima. Dopo questo periodo la produzione fu interrotta per alcuni mesi , durante i quali De Niro mise su il peso necessario per interpretare il ruolo di La Motta nella parte finale del film (e nei primissimi momenti). Il peso di De Niro aumentò di circa 30 chili per portare la sua figura da quella del giovane e muscoloso boxeur al vecchio e grasso La Motta. Questo particolare di De Niro è ben visibile in una delle ultime scene, quando La Motta dorme con la camicia aperta, mostrando un voluminoso ventre. Questa e altre scene furono girate con pochissimi "ciak", dal momento che De Niro aveva grossi problemi a recitare con quel corpo enorme; la "metamorfosi" di De Niro rimane una delle più impegnative e celebri dell'intera storia del cinema, ed è un esempio lampante di un metodo di recitazione estremo, mirato ad una riproduzione più fedele possibile della realtà.



















Lo splendido bianco e nero con cui Michael Chapman ha fotografato il film richiede una sottolineatura. Un bianco e nero dal sapore quasi mistico, che assume una luminosità non a caso trasfigurante nel ritrarre, in due spezzoni montati in apertura e chiusura di pellicola, il Jake La Motta che da tempo ha appeso i guantoni al chiodo mentre, nel proprio camerino, ripassa le battute del suo show cabarettistisco e allo stesso tempo usa quelle stesse parole per commiserarsi. Uno straordinario stralcio di cinema.

Un'altra cosa che Scorsese non amava negli altri film sulla boxe era la modalità di ripresa dell'incontro vero e proprio, ovvero mostrare il combattimento come veniva visto dagli spettatori, fatto che rendeva molto meno cruenta l'impressione che il pubblico aveva dello stesso. Attraverso il sapiente montaggio da Oscar di Thelma Schoonmaker, Scorsese riuscì a mantenersi fedele all'idea di riprese che stessero sul ring, che facessero vedere la violenza di ogni singolo pugno, la rozzezza e la crudezza della "nobile arte" della boxe. Lo spettatore che assisteva ai duelli del film sentiva ciò che accadeva ai duellanti, percepiva il loro dolore e la loro rabbia, e vedeva con estremo realismo la forza dei colpi che si abbattevano sui pugili. C'è anche da dire che ogni singolo combattimento si presenta diverso dagli altri, poiché riflette i vari stati mentali di La Motta durante i combattimenti.



















Il film fu montato nell'appartamento newyorkese di Scorsese, soprattutto di notte. Da quel che si dice Scorsese fu ossessivamente meticoloso ed esigente durante la post-produzione, lavorando affinché ogni particolare fosse in sintonia con l'idea che aveva del film. Scorsese e Thelma Schoonmaker impiegarono un periodo di tempo inusuale anche solo per montare la complessa e variegata colonna sonora. Questo dispendio di energie, e di tempo, sulla post-produzione portò ad un attrito tra il regista e i produttori del film, che lo accusavano di eccessiva lentezza.

Scorsese affermò che questa attenzione da molti considerata "esagerata" sulle fasi successive alla fine delle riprese era motivata dal fatto che Scorsese fosse seriamente convinto che Toro scatenato sarebbe stato il suo ultimo lavoro da regista, e quindi voleva che venisse esattamente come lo aveva voluto, come una specie di testamento artistico, degna cornice di un autore che aveva già dato alla luce opere notevoli. Comunque Scorsese è stato poi portato a vedere il film come una sorta di rinascita cinematografica.

Alla fine del film vi è una citazione religiosa ed una dedica al suo defunto professore di cinematografia al college, Haig Manoogian, che lo aveva aiutato a produrre il suo primo lungometraggio.

 Toro scatenato, nei primi giorni di uscita, ricevette grandi lodi e, verso la fine degli anni ottanta, il film fu spesso votato dai critici come il migliore del decennio, e come uno dei migliori film americani di sempre. Tra i critici più entusiasti dell'opera vi fu Roger Ebert, il quale affermò come Toro scatenato fosse entrato appieno tra i classici del cinema, e rappresentasse il coronamento artistico di quelle grandi doti che Scorsese aveva mostrato con le sue opere precedenti. Parallelamente, stime egualmente rilevanti furono indirizzate all'interpretazione di Robert De Niro, inserita nel lotto delle migliori performance attoriali di tutti i tempi; una prova d'attore che molti collocano oggi al primo posto assoluto nella suddetta graduatoria all time. Anche la notte degli Oscar, nonostante svariate nomination, fu abbastanza povera per il film, che raccolse solo il premio per il montaggio e per il miglior attore, De Niro. Lo stesso Scorsese si arrese di fronte a Robert Redford, miglior regista di quell'edizione. La causa di questa parziale delusione fu anche l'atteggiamento della casa di produzione, la United Artists, che in quel periodo era "distratta" dai problemi finanziari provocati dal flop di I cancelli del cielo, e non promosse abbastanza il film per gli Oscar. Pensare che a Toro Scatenato sia stato negato l'Oscar, pensare che l'Academy gli abbia preferito "Gente comune", suscita un che di perplessità. Come spesso accade, fortunatamente, il tempo tende a ristabilire i valori. In fondo il cinema va oltre i premi e gli allori. Ciò che conta sono le mille emozioni che un film di questa levatura riesce a far vibrare. Ciò che resta, alla fine, è De Niro che danza sul ring sulle sublimi note della "Cavalleria Rusticana". Toro scatenato è un film che offre numerosi spunti tematici: è risaputo che il mondo del pugilato ha sempre avuto successo nel mondo del cinema, dagli episodi legati al passato come quelli interpretati da Kirk Douglas (“Grande Campione”, ’49), Paul Newman (“Lassù qualcuno mi ama”, ’56), Humphrey Bogart (“Il colosso di argilla”, ’56), Alain Delon (“Rocco e suoi fratelli”, ’60), fino al finire degli anni ’70, con la nuova ondata di Rocky, fino ad arrivare al Denzel Washington di “Hurricane”, il Daniel Day Lewis di “The boxer”, Will Smith con “Alì”, Hilary Shank in “Million Dollar Baby”, tutti gran bei film, tutti di successo. Il motivo è evidente, il pugilato è lo sport più teatrale in assoluto, è il combattimento tra due persone, da sole sul ring, è uno sport pieno di metafore che lascia spazio alle fantasie di cineasti; e non si ferma lì, la vita dei pugili è spesso una tragedia, le origini proletarie, la tendenza alla violenza (anche casalinga), la difficoltà a mantenere i rapporti, la quasi scontata decadenza sia economica che morale alla fine della carriera, l’eccesso di vizi, Il fuoco del ring, tutto il fascino passato della nobile arte si avvertono pregnanti in questa pellicola. Nondimeno, il fattore pugilistico diviene qui uno splendido pretesto per ripercorrere la parabola esistenziale di un vero animale da ring, di un pugile epocale qual è stato Jake La Motta, l'indimenticato "Toro del Bronx". Non un combattente qualunque, ma un boxeur talmente caparbio da riuscire ad infliggere una severa sconfitta al grande 'Sugar' Ray Robinson, nel corso della sua prima sfida al forte pugile di colore. E non si trattava di un avversario propriamente comune, ma di colui che nell'ambiente pugilistico viene a tutt'oggi considerato come il miglior pugile di tutti i tempi pound for pound, ossia in assoluto, a prescindere dalla categoria di peso di appartenenza. La permanenza di La Motta ai massimi vertici della boxe mondiale, ovvero il mantenimento di un prestigio assoluto nel ranking di disciplina (La Motta conservò comunque il titolo di Campione del mondo dei pesi medi dal '49 al '51) fu minata da un'innata predisposizione all'autodistruzione, dal suo ego animalesco ed irrefrenabile, che in realtà celava un fondo di insicurezza la cui insorgenza veniva istintivamente calmierata da esplosioni irate, sanguigne, con effetti progressivamente deleteri sulla carriera - sulla vita - del campione. E' proprio quest'ultimo l'aspetto a cui gli autori si sono dedicati prioritariamente, eleggendo a tema del film un'indagine focalizzata sulla monodimensionalità del personaggio protagonista, sull'incapacità dello stesso di smussare gli angoli più ruvidi della propria indole anche solo per mero tornaconto, sull'uomo schiavo di se stesso, tristemente incline a pratiche di auto-danneggiamento generalizzato che quasi riflettono una sorta di masochismo inconsapevole.  La componente sportiva, si è detto, non viene posta su di un piano dominante, ma è altresì vero che le sequenze di boxe sono state realizzate con una cura che esula dall'ordinario. Solo Michael Mann, vent'anni dopo, nel girare "Alì" si dedicherà in maniera ancor più capillare alla ricostruzione di match pugilistici, realizzando (splendide) sequenze-fotocopia dei combattimenti di Cassius Clay/Muhammed Alì. Le scene di pugilato presenti in "Toro Scatenato" sono state per lungo tempo le più realistiche mai viste al cinema: immagini in grado di trasmettere tutto il sentimento battagliero che animava combattenti che non conoscevano resa, di ricreare la violenza dei colpi, lo smarrimento del pugile in difficoltà, il clima che circondava arene fumose e macchiate di sangue. Scorsese, da par suo, è riuscito a rendere indelebile la riproposizione del cosiddetto "massacro di Boston", l'ennesima rivincita fra La Motta e Robinson, l'incontro in cui lo stesso La Motta, insofferente e frustrato, abbassa le braccia abbandonandosi volontariamente ai colpi dell'avversario. Ma il pugile non crolla, resta in piedi e si lascia massacrare e, una volta che l'arbitro ha interrotto il match, si lascia andare a quel "Hey, Ray: non mi hai mai messo giù...". Questa frase, l'intera situazione sopra descritta possono, dare un'idea di quali fossero le venature caratteriali che facevano del Toro del Bronx un'individualità bonariamente ostile, spigolosa in superficie ma vulnerabile nel profondo.

Nella scena finale, l'uomo che entra nel camerino per chiamare Jake, è Martin Scorsese.
Quando De Niro vinse l'Oscar quale miglior attore protagonista, ringraziò Joey LaMotta, "Sebbene ci stia citando in giudizio".
Solamente nel 2005 è uscito per il pubblico un cofanetto, contenente due CD, con la colonna sonora del film; le difficoltà erano da imputarsi ai permessi per molte delle canzoni, che lo stesso Scorsese aveva selezionato ritornando con la memoria alla sua infanzia nella Grande Mela.
I rumori dei pugni, nelle scene di boxe, sono stato ottenuti schiacciando pomodori e meloni.

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Il Cinema classico visto da Dionisio di Francescantonio













































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Ciak, si chiude ... e si spegne un pezzo di Genova

25 luglio 2008

di Elena Nieddu

Il cinema Olimpia era rimasto da solo, in via XX Settembre. Stretto dalle catene - o meglio, dai loro punti vendita - ha resistito eroicamente anche quando ha visto le sale concorrenti chinare il capo davanti a Mondadori, Feltrinelli, Benetton (prima) ed H&M (poi), o al limite restare vuote.

Adesso tocca all’Olimpia arrendersi davanti a un cartello che, per ora, recita “chiusura estiva”, ma che suona sinistro per gli amanti della settima arte e dell’antica via XX Settembre conosciuta in tutta Italia come “la strada dei cinema”. Nonostante la riapertura sia messa in calendario per il 29 agosto, sulla Vertigo Film, società che nel 2005 ha preso in carico la gestione dei locali, grava lo sfratto da parte della Nuova Borsa srl, proprietaria degli immobili. Parla chiaro una sentenza che il tribunale di Genova ha emesso lo scorso 9 luglio: per uno stato di morosità di circa un anno il giudice Marina Maestrello ha dichiarato “risolto il contratto locatario” e ha condannato la Vertigo al “rilascio immediato dei locali”. Un brutto colpo per Domenico Lavagetto, amministratore della società: «È la sala più bella di Genova» dice dispiaciuto. La Nuova Borsa srl, però, tiene il punto: «Non pagavano l’affitto - dichiara l’amministratore Franco Dodero - mentre noi abbiamo continuato a farci carico, ad esempio, dell’Ici».

Alle spalle della sentenza di luglio, ci sono per il cinema Olimpia diversi anni di turbinosi cambiamenti: prima la gestione Cecchi Gori, poi la Sagi. Nel 2005, arriva Vertigo Film. Nel 2006 ci fu una prima controversia su un muro divisorio fatto innalzare dai proprietari dell’immobile. La paratia separa i locali del cinema da quelli del bar affacciato su via XX Settembre: «La gestione precedente aveva in carico entrambi i locali, seppur con contratti separati - spiega l’amministratore Dodero - La Vertigo, invece, scelse di tenere solo il cinema», seicento posti per circa 2.000 metri quadri. La successiva decisione di separare i due ingressi non piacque al gestore: «Gli spettatori furono costretti a passare da via Boccardo - dice il gestore - perdemmo visibilità, si dimenticarono di noi». Lavagetto cercò di dimostrare le sue ragioni: ma anche allora il tribunale diede ragione alla proprietà.

La Vertigo, comunque, è riuscita ad arrivare fino ai giorni nostri: «Abbiamo dovuto affrontare spese ingenti - racconta Lavagetto - I lavori per rendere la sala in linea con la normativa antincendio, gli stipendi dei tre addetti ai quali, purtroppo, ho dovuto prospettare il licenziamento. Per questo siamo rimasti indietro con l’affitto annuale di circa 65.000 euro. Ma con l’ultimo restyling, compiuto qualche mese fa, avrei potuto lavorare con le scuole, organizzare rassegne. Mi sono impegnato a pagare, ma ho chiesto qualche modifica: un’insegna su via XX settembre, una nuova sala, nel nome di un progetto culturale più ampio. La proprietà, però, non sembra più interessata».

Un salvagente potrebbe essere gettato da un gruppo di cinefili che vorrebbe organizzare il nuovo “Cineclub genovese” e che ha già avviato contatti con la Nuova Borsa srl. Ma Dodero resta scettico: «Hanno resistito perché gli affitti erano bassi - dice - Ma alla fine anche loro non ce l’hanno fatta». Come non sono riuscite a fronteggiare il calo degli spettatori, l’avvento delle multisala e dei film in pay-tv tutte le altre sale di via XX Settembre. «Video killed the radio star»: Dodero cita una canzone degli anni ‘80 per scrivere l’epitaffio delle prestigiose sale della via dello struscio. Prima tra tutte il Lux, che a pochi metri dall’Olimpia è vuoto da almeno tre anni: circolano voci su un possibile interessamento della Virgin, mesi fa si era parlato di una palestra e un centro benessere, ma alla fine restano le insegne bianche, tristi vestigia di un passato d’arte. Crepitano di clienti, invece, gli altri ex cinema di via XX Settembre: il Verdi, che è diventato un H&M, l’Orfeo, che diventerà un Benetton, l’Universale in salsa Mondadori, l’Astor trasformatosi in Feltrinelli. E poi il Moderno, ora sede di una banca, il primissimo Dioniso, che ha lasciato il posto alla Upim, il teatro-cinema Margherita, che di recente ha perso anche l’ultima insegna ed è ora una Coin a tuttotondo. E l’Olimpia? A meno di un colpo di teatro, dovrà lasciare il posto ad «attività commerciali di pregio - conclude Dodero - o a posti macchina: ma, visto il valore dell’immobile, mi sento di escluderlo». In ogni caso, speriamo non finisca come “Nuovo cinema Paradiso”.

Fonte: http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/genova/2008/07/25/1101649103731-ciak-si-chiude.shtml

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Duello al sole
























Titolo originale: Duel in the Sun
Paese: Stati Uniti
Anno: 1946
Durata: 138 min.
Regia: King Vidor
Soggetto: Niven Busch
Sceneggiatura: Oliver H.P. Garrett, David O. Selznick
Produttore: David O. Selznick
Fotografia: Lee Garmes, Ray Rennahan, Harold Rosson
Musiche: Stephen Foster, Dimitri Tiomkin, Allie Wrubel
Premi:Nomination all'Oscar per la migliore attrice protagonista (Jennifer Jones) e migliore attrice non protagonista (Lillian Gish)
Cast:
Jennifer Jones: Pearl Chavez
Joseph Cotten: Jesse McCanles
Gregory Peck: Lewt McCanles
Lionel Barrymore: Sen. Jackson McCanles
Herbert Marshall: Scott Chavez
Lillian Gish: Laura Belle McCanles
Walter Huston: Predicatore
Charles Bickford: Sam Pierce
Harry Carey: Lem Smoot
Joan Tetzel: Helen Langford
Butterfly McQueen: Vashti
Sidney Blackmer: L'amante
Scott McKay: Sid
Orson Welles: Voce narrante
Doppiatori italiani:
Lydia Simoneschi: Pearl Chavez
Giulio Panicali: Jesse McCanles
Emilio Cigoli: Lewt McCanles
Olinto Cristina: Sen. Jackson McCanles
Gaetano Verna: Scott Chavez
Franca Dominici: Laura Belle McCanles
Aldo Silvani: Predicatore, Voce narrante
Corrado Racca: Sam Pierce
Mario Corte: Lem Smoot
Micaela Giustiniani: Helen Langford
Rina Morelli: Vashti
Giorgio Capecchi: L'amante
Alberto Sordi: Sid


















Duello al sole è innanzitutto un film di David O. Selznick, cosa che già di per sè basterebbe a dare un'idea della grandiosità dell'opera, produttore di film come Via col vento e vero ideatore dell'atmosfera di torbida e bruciante sensualità, che permea tutta la pellicola. Duello al sole ha come regista accreditato King Vidor, ma poi collaborarono, non accreditati, Otto Brower, William Dieterle, Sidney Franklin, William Cameron Menzies e Josef von Sternberg. Gregory Peck invertì il ruolo di cattivo con Joseph Cotten, alterando il copione originale che ne prevedeva il contrario.


















Un film dalle ambizioni altissime (un western dai fortissimi toni melodrammatici e con protagonista una donna), assolutamente impressionante per l'uso espressionista del colore e la modernità della trama oltre che per la grandiosa messa in scena. Rimane giustamente famoso il fiammeggiante finale.




















Impressionante non soltanto per la risoluzione estrema del conflitto passionale che ha animato il film, quant'anche per la sapienza della messa in scena di una sequenza che dovrà riassumere un film comunicando elementi in forte contrasto. In ogni inquadratura e in ogni scelta si respira odio e amore.



















Sapendo della passione che Martin Scorsese nutre per il film è possibile ravvisare molti movimenti di macchina che poi il grande Martin ha poi fatto suoi. Compreso il suo famosissimo movimento in avanti rapido e secco che qui (non esattamente identico) è anticipato in un paio di occasioni. nel 1970 Action, la rivista dei registi americani, lo incluse nei dodici migliori western di ogni tempo.

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Apocalypse now
























Regia: Francis Ford Coppola
Cast:
Marlon Brando: Colonnello Walter E. Kurtz
Robert Duvall: Tenente Colonnello Bill Kilgore
Dennis Hopper: Il Reporter
Martin Sheen: Capitano Benjamin L. Willard
Harrison Ford: Colonnello Lucas
Colleen Camp: Playmate
Laurence Fishburne: Clean
Tom Mason: Sergente
Damien Leake: Mitragliere
James Keane: Soldato di Kilgore
Scott Glenn: Capitano Richard Colby
Albert Hall: Chief
Frederic Forrest: Hicks, Il Cuoc
Larry Carney; Sergente Mp
William Uptone Spotner
Herb Rice: Roach
Cyntia Wood: Playmate dell' anno
Dick White: Pilota di Elicottero
Jerry Ziesmer: Un Civile
G.D. Spradlin: Generale Corman
Jerry Ross: Johnny di Malibu'
Ron McQueen: Soldato Ferito
Linda Carpenter: Playmate
Bo Byers: Sergente Mp
Sam Bottoms: Lance B. Johnson
Sceneggiatura:
Michael Herr
John Milius
Francis Ford Coppola
Fotografia: Vittorio Storaro
Musiche: Carmine Coppola
Montaggio:
Lisa Fruchtman
Richard Marks
Gerald B. Greenberg
Walter Murch
Scenografia: Dean Tavoularis
Costumi: Charles E. James
Durata: 153 min.
Produzione: ZOETROPE STUDIOS

Apocalypse Now è un film del 1979 diretto da Francis Ford Coppola, liberamente ispirato al romanzo di Joseph Conrad Cuore di tenebra, vincitore della Palma d'Oro al Festival di Cannes 1979.
Vietnam. Terzo anno di guerra.












Il capitano Willard (Martin Sheen) viene inviato ai confini della Cambogia con una missione segreta e delicatissima: deve uccidere il colonnello Kurtz (Marlon Brando) che, si dice, è impazzito e sta combattendo una guerra privata contro i Vietcong a capo di un gruppo di indigeni che lo adorano come un dio. Willard risale il fiume Nung per raggiungerlo e il suo viaggio lo conduce nel cuore della giungla fino a raggiungere Kurtz, in un chiaro parallelo con il viaggio attraverso l'inferno della Divina Commedia.
Durante il viaggio Willard si imbatte dapprima nel colonnello Kilgore (Robert Duvall), che, dopo aver impartito l'ordine «Guerra psicologica!», bombarda in elicottero i villaggi al ritmo delle musiche di Richard Wagner (la Cavalcata delle Valchirie) e che in seguito pretenderà di fare surf in un golfo minacciato dagli attacchi dei Vietcong.












I successivi incontri non saranno meno bizzarri del primo: un plotone di marines allo sbando senza un capo che si sollazzano con le Conigliette di Playboy in un improvvisato show, una piccola comunità di francesi che continuano a vivere nella giungla dai tempi dell'occupazione francese, un incontro ravvicinato con le Conigliette per il piacere dei compagni di Willard.












Quando la missione giunge al termine, e Willard arriva a Kurtz, più della metà del suo equipaggio (Chief, il capitano del battello, Chef, giovane di New Orleans esperto nella preparazione di salse, Clean, giovanissimo e inesperto amante dei Rolling Stones e Lance, il surfista) è stato ucciso. Solo Lance sopravvive insieme al capitano Willard.












L'incontro tra Kurtz (venerato come sommo dio dagli indigeni e dai suoi soldati sbandati) e Willard sarà rivelatore per quest'ultimo: durante il suo sprofondare nel Cuore di Tenebra (non solo della giungla, ma dell'essere umano e di se stesso) si sente sempre più vicino alla comprensione e all'immedesimazione con questo misterioso uomo, abbrutito dalle atrocità e dalle guerre inutili condotte dall'uomo ed estremamente sofferente di ciò.












Infine Willard compie la missione: uccide Kurtz, trasformando un atto di omicidio in un adempimento alle ultime volontà del colonnello, le cui ultime parole prima di morire saranno: "L'orrore...l'orrore..". Kurtz con la morte si libera finalemente dai suoi incubi e dall' "orrore" dell'uomo













Nel 2001 è stata riproposta nei cinema una nuova versione dell'opera di Coppola, dal titolo di Apocalypse Now Redux, restaurata ed allungata con quasi un'ora di scene tagliate all'epoca della sua uscita (202 minuti contro i 153 originali). La versione propone un nuovo montaggio con materiale inedito scartato all'epoca che aggiunge nuove sfumature all'opera e, soprattutto, cambia leggermente il finale della versione del 1979.
L'operazione ha avuto un buon successo, ricevendo un buon riscontro dalla critica e dal pubblico. La nuova versione è stata proposta anche in DVD. Nella versione italiana il film è stato interamente ridoppiato con nuove voci.

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Perché Cinema Classic?

"succhiare il midollo della vita … due strade trovai nel bosco e io presi quella meno battuta

da “L’attimo fuggente

Non so, miei cari amici navigatori, se saprò raccontarvi di quando seduto davanti ad un magico lenzuolo bianco sogno, mi emoziono, insomma vivo. Lì sopra si muovono delle persone, che parlano tra loro. Lì sopra sfilano storie emozionanti, scorre perfino il tempo. Un giorno quel lenzuolo parla dei Cavalieri della Tavola Rotonda, il giorno dopo dell’invasione dei marziani, il giorno dopo ancora della conquista del West. Su quel lenzuolo le persone che vedo, gente che non conosco, fanno tante cose incredibili: si baciano, si sparano, fuggono, cantano, muoiono. E qualche volta mi porto, nel cuore, qualcuno di quella gente a casa mia. Per il pubblico il film è, dunque, un’occasione per entrare nel mondo dell’illusione. Come non amare, come Godard, John Wayne quando, in “Sentieri selvaggi”, prende Natalie Wood tra le braccia?



Davanti a questa premessa, gli amici navigatori cinefili più giovani e più innovatori forse sceglieranno un’altra piazza virtuale (questa è dedicata al cinema classico), io spero di no, e comunque voglio dire a questi amici che le radici del cinema moderno affondano truffautianamente nel terreno dell’antico. Sentiamo, per esempio, cosa dice R. W. Fassbinder di Douglas Sirk, il regista della passione amorosa, il ritrattista femminile del cinema classico: “Nessuno di noi – ha osservato Fassbinder – Godard, Fuller, io o chiunque altro, può uguagliare Douglas Sirk. Sirk ha detto: “Il cinema è sangue, lacrime, violenza, odio, amore e morte”. Sirk ha anche detto che non si possono girare film sulle cose, ma solamente con le cose, con la gente, con le luci, con i fiori, con gli specchi, con il sangue e con quant’altro rende la vita degna di essere vissuta. Sirk ha inoltre aggiunto che l’impiego delle luci e degli angoli di ripresa è la vera filosofia di un regista. Sicuramente ha realizzato i film più delicati che io abbia mai visto. Sono il prodotto di qualcuno che ama la gente e non la disprezza come noi. Gli uomini non possono vivere soli, ma nemmeno in compagnia. Così la disperazione diventa un elemento essenziale dei suoi film”. E per dimostrare questo Fassbinder girò il suo melodramma più elegante e sofisticato: “Veronika Voss” (Die Sehnsucht der Veronika Voss, 1982),



nel quale un giornalista importuno, adoratore di una ex diva del Terzo Reich, scopre che questa viene tenuta prigioniera da una dottoressa senza scrupoli e dai suoi accorti scherani, i quali sfruttano la donna ricattandola con la morfina. Una scoperta questa del buon giornalista tanto più terribile e inquietante perché nell’immagine della diva di un tempo risiede tutto il ricordo del cinema espressionista tedesco, lo “schermo demoniaco” – come ebbe a chiamarlo Lotte Eisner – e delle sue splendide attrici. Ho una convinzione: che le forme del comportamento umano attraverso il tempo non cambiano. Anche se tutto sembra diverso, tutto rimane assolutamente lo stesso. Anche se tutto sembra cambiato, niente è veramente cambiato. Purtroppo, oggi, molti cinema sono spariti, al loro posto sono arrivate cose importanti: grandi magazzini, banche, perfino parcheggi. Tutte cose utili, che hanno bisogno del loro spazio. Ma abbiamo bisogno di emozionarci, di sognare, di stupirci. In fondo sono fortunato. Vivo in una città nella quale ci sono delle sale cinematografiche. Ma in Italia ci sono delle città dove i cinema rischiano di non esistere più. Sparire, essere divorati dalle cose utili, che servono a comprare e vendere, a trattare investimenti e tassi di interesse. Ma un cinema che chiude è un assassinio della fantasia. Come se d’improvviso un albero diventasse una banca, un fiume un grande magazzino, due sguardi innamorati che si incrociano una palestra. A Genova, fortunatamente, per molti che hanno tirato giù la saracinesca negli anni passati, hanno aperto i nuovi Cineplex, portando a un’inversione di tendenza e al ritorno al cinema soprattutto dei giovani. Comunque, mi considero in un’isola felice perché è il capoluogo con il maggior numero di cinema d’essai. Dunque, il numero delle sale cinematografiche non è più diminuito. Dunque, non è più un genocidio. Perché al cinema si vedono molte cose di più di quelle alle quali ci ha abituato il nostro ventisette pollici. Perché il cinema ha bisogno di grandi spazi, dei suoni forti. La faccia del mio attore preferito deve essere più grande di me. In questo la tv è cattiva. Comprime le emozioni nella freddezza piccola e composta dello schermo. Al cinema, quando l’astronave di “2001: Odissea nello spazio” (un meraviglioso film sulla filosofia, l’etica che solo superficialmente può essere definito fantascienza) varca l’infinito e i colori cominciano a scorrere veloci provai un’immensa emozione. Il piccolo schermo toglie molto dell’immenso fascino della sequenza del cielo con la musica di Strauss o ai giri di trecentosessanta gradi nell’astronave. Dunque, tra il visto in tv e al cinema, c’è la stessa differenza che esiste tra una grande pianta e un bonsai. Il cinema è fatto per il cinema. Al cinema ho imparato, credo, le cose più importanti della vita. Ho imparato a sognare, a emozionarmi per qualcosa che non mi riguardava direttamente. Il cinema mi fa venire voglia di leggere. E, leggendo, vedo le immagini del romanzo. Come in un film. E, dunque, leggere mi fa venire voglia di andare al cinema. Continuerà così, per tutta la vita. Ogni volta che rivedremo un film che ci è piaciuto lo troveremo diverso. Costringendoci a usare la fantasia quel film ci farà scoprire come siamo cambiati. Il cinema rende le persone più ricche. Se ne vedremo tanto avremo più fantasia ed emozioni.Probabilmente molti amici che leggeranno penseranno: perché rivedere i film? Rispondo, parafrasando Truffaut che si riferiva a “L’orgoglio degli Amberson” di Welles, che se Flaubert rileggeva ogni anno il Don Chisciotte non vedo perché noi non dovremmo rivedere spesso questi classici, perché dovremmo negarci questa gioia del cuore e dell’intelletto. In sintesi, dico sì, cento, mille volte sì al cinema in sala. Perché la sala cinematografica è, e sarà sempre, uno straordinario luogo di aggregazione mentre le immagini affascinanti diventano “sguardo” della memoria personale e “sogno” dell’immaginario collettivo: l’autentico (e l’unico) contravveleno alla “solitudine di massa”, della quale, oggi, tanti sociologi parlano. Il mio sogno, da piccolo, era di avere dentro, un giorno tutte le storie del mondo. Vedere tutti i film, leggere tutti i libri. Vivere, attraverso i racconti degli altri, un numero infinito di vite. E’ così bello comprare i biglietti, farseli spezzare, scansare le tende, cercare il posto migliore, aspettare che si spengano le luci. E’ come cominciare un viaggio. Un viaggio lungo, talvolta, tre od anche quattro ore perché, come disse Claude Lelouch , sono necessarie per raccontare delle belle storie, delle grandi storie. Storie di uomini e di donne. Come la vita stessa. E delle istruzioni per l’uso. Io mi emoziono ancora, quando vado al cinema. Ogni volta che entro, mi siedo e penso, scioccamente, che “ ce l’ho fatta”, come se fosse una grande impresa, non perdere questa magia: il cinema. E nel buio non c’è nient’altro. Non c’è il telefono, non c’è la cena che arriva, nessuno ti può parlare. E c’è tutta la vita. E, dunque, la vita si nutre di cinema. Uno spazio meraviglioso che spinge i desideri a esprimersi. E’un sogno, è reale ? entrambe le cose. Sono i film che portiamo dentro di noi. E la memoria si nutre di cinema. E il reale si nutre del sogno. Di quella grande magia. Come dice Alfredo, il saggio proiezionista del “Cinema Paradiso”: “Il cinema è il ricordo, il cinema è la vita”.



il ricordo dell’amore come insostituibile occasione perduta. “Se – come osserva Roger Caillois – quando sogno ho l’impressione di essere desto, questo significa che quando sono desto non posso essere sicuro di essere effettivamente desto”. Vorrei scrivere di tutti i film che amo, perché una lista di titoli preferiti è un’assurdità. Un giorno diverso, con un umore diverso, questa potrebbe essere modificata, anche i registi ricordati potrebbero restare gli stessi. Come può una persona scrivere i nomi dei film e registi che preferisce ed evitare che diventi una lista ufficiale, quando magari si trascurano autori come Griffith, Keaton, Ophuls, Renoir, Lubitsch, Lang, Chaplin, Sternberg, Mizoguchi, Murnau ? E perché non si può sentire con ugual piacere Mozart il giorno e Cole Porter la sera? Il cinema è l’ossigeno della fantasia. Perché, per me, il cinema è "una concezione del mondo [...] il cinema è diffusione d'idee" (Vladimir Majakovskij). Un paese che non lo capisce è un paese rozzo, cupo, volgare. Il cinema non è nemmeno un panda in estinzione da difendere. E’ una straordinaria risorsa. Quando vado all’estero capisco che il mio paese è famoso non soltanto per alcune cose, come la gastronomia, i calciatori, la moda, la bellezza delle città. Perché è il paese di Antonioni e di Fellini, di Visconti e di Vittorio De Sica. Sono orgoglioso di essere italiano. Perché italiano significa cinema. Perché cinema significa avere fantasia.

"Nulla può essere paragonato al cinema. Il cinema appartiene al nostro tempo. E' la cosa da fare"

Orson Welles

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