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I cinecomics sono film per chi sta nella massa, omologati come le pecore

 


 Perché affermiamo che i "cinecomics" sono film per chi sta nella massa, omologati come le pecore? Per una quanturà notevole di ragioni. La prima sta nella definizione stessa di "cinecomic" che è sempre uguale di film in film: Il cinecomic è un prodotto audiovisivo che tratta le battaglie di un individuo dotato di superpoteri contro avversari dotati anch’essi di superpoteri, ambientate in un contesto in cui scienza e magia, tecnologia e incantesimi coesistono in ugual misura, però sempre sotto il segno dell’empirismo dominante. Tali vicende si collocano su scenari di vaste proporzioni, spesso coincidenti con metropoli e grossi centri urbani.Perciò, innanzitutto, i cinecomics sono film basati su di una formula estremamente ripetitiva, da catena di montaggio, ispirata non dal Cinema, ma dalla pubblicità. Infatti un film cinecomic è un prodotto preconfezionato da un’industria che distribuisce quintali di quella sostanza sempre perfettamente identica a sé stessa. Di film cinecomic ne escono appunto tre ogni dodici mesi. Il film cinecomic non è un film da ammirare, magari su cui pensare o, anche, riflettere. Il film cinecomic non è né un film per persone colte, né per persone non colte ma curiose ed attratte dalla cultura. Il film cinecomic è un film per l'ottusità di chi si sente rassicurato e felice dallo scorrere di raffiche di effetti speciali fini a se stessi. Il film cinecomic non è un film da andare ad ammirare da solo o in coppia. Il film cinecomic è un film da vedere in gruppo sul ritmo della masticazione di bidoni di pop-corn. Il film cinecomic è un film da massa appiattita, da gregge di pecore omologato in un centro commerciale. Non è un caso che il "messaggio" lanciato dai film cinecomic sia di veicolare la massificazione e l'omologazione come "valori". Il "messaggio" dei film cinecomic è che il gruppo funziona meglio del singoli.  

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Quelli della serie MARVEL sono film in "franchise". ma il Cinema non è una catena di montaggio e i film non sono dei prodotti come i detersivi

 


Innanzitutto che cos'è un "franchise"? Il termine inglese media franchise (o, più comunemente, franchise) si riferisce alla costruzione di un marchio che viene sfruttato per diversi prodotti industriali (per cui non hanno niente a che vedere con l'arte cinematografica) dell'industria dello spettacolo e dell'intrattenimento. Il franchise crea una marca, un marchio collegato ad un prodotto principale o ad un evento, come può essere un film o un fumetto, ed esso viene sfruttato per aumentare gli incassi con lo sviluppo di mercati aggiuntivi e merchandising di ogni tipo: DVD, videogiochi, gadget e prodotti di cartoleria, spin-off (è un'opera derivata sviluppata da un'opera principale, tipicamente un prodotto audiovisivo nato da una serie televisiva, un film, un fumetto o un videogioco, che mantiene l'ambientazione dell'opera originaria ma narra storie parallele focalizzando l'attenzione su personaggi diversi, spesso secondari nell'opera di riferimento) televisivi, tie-in (per tie-in si intende un'opera commerciale di intrattenimento che è stata tratta, con regolare concessione dei diritti d'autore, da un'altra opera di natura diversa, ma con la stessa ambientazione, e in buona parte con personaggi e trama analoghi), ecc. il merchandising raggruppa l'insieme di attività e di azioni aventi lo scopo di promuovere la vendita di una determinata linea di prodotti, o anche di un solo prodotto, una volta che lo stesso sia stato inserito nell'assortimento del punto vendita. Può essere riferita all'inserimento di una nuova referenza in un supermercato oppure su un portale di vendita in internet per dare impulso alla rotazione di una referenza già esistente ma con un basso indice di rotazione. Una tipica azione di merchandising, in tale significato, riguarda il controllo degli spazi e del posizionamento assegnati dal rivenditore ai prodotti di una marca rispetto ai concorrenti, ai prezzi praticati, ecc. Nel caso in cui il prodotto iniziale preveda lo svilupparsi di una storia (come nel caso di romanzi, film e fumetti), i prodotti derivati non necessariamente apparterranno allo stesso universo narrativo. Lo sfruttamento del "marchio", una volta affermato, va a volte anche ad intersecarsi con altri prodotti (nel senso più ampio del termine) già affermati, come nel caso delle attrazioni realizzate in parchi a tema già esistenti. Sulla base di queste premesse possiamo affermare che i film della serie MARVEL non sono Vero Cinema. Perché il Vero Cinema non è una catena di montaggio. Perché i film non sono prodotti come dentifricio o un detersivo. Per cui questi cinecomics prodotti in "franchise" sono una via mediana tra il film ed il detersivo. Potremmo denominarli "deter-film"? 

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I film della serie MARVEL non sono Cinema. Ha ragione Martin Scorsese

 

Martin Scorsese, uno dei più grandi registi statunitensi, ha espresso (https://variety.com/2019/film/news/martin-scorsese-marvel-theme-parks-1203360075/) un’opinione forte e giustissima sui film di supereroi dei nostri anni di decadenza artistica e culturale, in particolare quelli dell’Universo Cinematografico Marvel (https://www.marvel.com/movies). "Non li guardo. Ci ho provato, sai? Ma non sono cinema. ("I don’t see them. I tried, you know? But that’s not cinema")". "Quei film non sono un cinema fatto da esseri umani che provano a trasmettere emozioni ed esperienze psicologiche ad altri esseri umani". Scorsese ha spiegato che il Cinema deve avere a che fare con l’estetica, le emozioni e la spiritualità, ed anche con quella che il grande regista ha definito "la complessità delle persone, le loro contraddizioni e a volte la loro natura paradossale; il modo in cui possono farsi male a vicenda e amarsi tra loro, oppure scoprire improvvisamente chi sono". Per Scorsese è questo ciò che differenzia completamente i film della serie Marvel dal Vero Cinema. Più sinteticamente, Scorsese ha parlato del Cinema come di una forma d’arte di valore uguale alla letteratura, alla musica ed alla danza. Ha fatto qualche esempio: "Corea in fiamme" di Sam Fuller, "È sempre bel tempo" di Stanley Donen e Gene Kelly e "Contratto per uccidere" di Don Siegel. Ha aggiunto Scorsese che quando riguardiamo certi film di Alfred Hitchcock, per esempio "L’altro uomo" e "Psyco", non è solo per essere sorpresi ed emozionati, ma per la loro qualità artistica e per quello che manca completamente ai film della serie Marvel che sono "basati su ricerche di mercato, testati sugli spettatori, esaminati, modificati, riesaminati e di nuovo modificati finché non sono pronti per il consumo", e quindi comportano che nessuno si prenda mai nemmeno mezzo rischio artistico. Scorsese sostiene giustamente che il proliferare dei film di supereroi tutti uguali sia un problema, perché sono diventati "la prima scelta se vuoi vedere qualcosa al cinema". Non è una semplice questione di offerta e di domanda, afferma, ma di un’offerta che si è troppo standardizzata e di una domanda (cioè il pubblico) che si è semplicemente adeguata. In altre parole, secondo Scorsese film di questo tipo sono stati “imposti” agli spettatori, che ormai hanno scarse alternative. La sua idea, di conseguenza, è che dovrebbero averne di più, ma che le alternative mancano perché chi fa film non vuole più puntare sulla "visione unificante di un artista". Scorsese afferma che ormai nel mercato cinematografico ci sono due campi separati: "L’intrattenimento audiovisivo e il cinema". Due campi che «a volte capita ancora che si sovrappongano» ma in cui teme che "il dominio finanziario di uno finisca per marginalizzare e persino screditare l’esistenza dell’altro". "Per chi sogna di fare film o ha appena iniziato, la situazione in questo momento è brutale e inospitale per l’arte. È semplicemente una questione di dare alla gente quello che vuole? No, non sono d’accordo. Se alla gente viene dato un solo tipo di cosa e viene venduto all’infinito solo quello, ovviamente vorrà sempre di più di quell’unica cosa". le voci di altri grandi del cinema come Francis Ford Coppola, James Cameron, Quentin Tarantino e Ridley Scott si sono unite a quella di Scorsese contro il predominio dei cinecomics della serie Marvel. Ridley Scott reputa i cinecomics "noiosi da morire, a salvarli sono solo gli effetti speciali, anche se stanno diventando noiosi anche per chiunque lavori in quel reparto". Quentin Tarantino ha dichiarato che non girerà mai un cinecomic: «Devi essere un operaio per fare queste cose, non sono un operaio e non sono alla ricerca di lavoro". Mentre, Paul Schrader ha detto che i film dells serie Marvel sono "cinema esattamente come lo sono quei video di gattini su 'YouTube'". Per gli spettatori dei film della serie Marvel, Scorsese è severo. Noi, invece, la pensiamo come Coppola. Coppola ha infatti dichiarato (https://www.theguardian.com/film/2019/oct/21/francis-ford-coppola-scorsese-was-being-kind-marvel-movies-are-despicable) che Scorsese è stato fin troppo gentile a dire che con i film della serie Marvel non si parla di cinema, visto che per lui è proprio spazzatura. Dal cinema ci si aspetta di imparare qualcosa, di avere un’ispirazione, di acquisire della conoscenza – ha detto Coppola – cosa che invece non succede in alcun modo con un film dei supereroi. Ken Loach, famoso per i suoi film d'impegno sociale, chiama i film della serie Marvel “commodities”. Così come “un hamburger”, parole di Ken Loach, preso al volo in qualche catena di fast-food un film della Marvel, ben farcito di tutti quegli ingredienti di immediato gradimento ma con pessimi valori nutrizionali, ti fornisce quel senso di soddisfazione istantanea, omologata, dozzinale. Per Ken Loach, infatti, si tratta solo di operazioni di marketing per accrescere in modo ulteriore patrimoni di aziende enormi, niente di più di questo, che di certo non è proprio l’essenza del cinema né di qualsiasi forma d’arte.

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No, le flatulenze nel film "Dolittle" non le vogliamo. Basta con la volgarità nel cinema

Nel film "Dolittle", diretto dal regista Stephen Gaghan, i produttori Susan Downey, Joe Roth e Jeff Kirschenbaum invece di mantenere l'eleganza e l'ironia della versione stupenda ("Il favoloso dottor Dolittle", del 1967, interpretato dal grande Rex Harrison, da Samantha Eggar e da Anthony Newley) diretta da Richard Fleischer, si sono rifatti alle peggiori commediacce all'italiana, inventandosi, niente di meno, dolori intestinali e flatulenze di un drago. Diciamo "basta" a queste volgarità nel cinema. E' necessario che il pubblico adulto culturalmente si riappropri delle sale cinematografiche e che si ritorni al grande Cinema classico

 

#Dolittle #DoctorDolittle #films #cinema #volgarita #BASTAVOLGARITA

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Più che una "Tempesta d'Amore" è una tempesta di banalità




Tirando le somme la soap opera tedesca Tempesta d'amore (Sturm der Liebe), creata da Bea Schimdt, viene trasmessa dal 26 settembre 2005 sull'emittente Das Erste. Mentre, in Italia ha esordito il 5 giugno 2006 su Canale 5 e dal 2 luglio 2007 è trasmessa da Rete 4. Ha superato le 3000 puntate nel 2018, spalmate in 15 stagioni. Viene da dire che è andata avanti anche troppo. Ormai, Tempesta d’Amore è una presenza fissa. Va in onda tutti i giorni viene trasmessa dalle 19:55 alle 20:25, dal lunedì al venerdì, e il sabato e la domenica dalle 19:55 alle 21:20. Non sarebbe ora di finirla lì? Perché, di stagione in stagione, il canovaccio è sempre lo stesso che si ripete con precisione ossessiva e, insieme, noiosissima. Al centro della trama c’è, sempre e comunque, una coppia il cui amore è contrastato da una serie di ostacoli. Alla fine di ogni stagione l’amore trionferà e i due protagonisti usciranno di scena per fare spazio ad altri due nuovi personaggi. Non se ne può di più di questa ripetizione continua. Ma, viene da domandarsi, gli sceneggiatori non hanno la fantasia di creare delle vicende un filino più originali? Si tratta soltanto di una soap opera direte voi. Certamente, però c’è soap opera e c’è soap opera. Pensiamo agli intrighi davvero originali e ricchi di svolte impreviste e drammatiche inventati da David Lewis Jacobs per Dallas, da Richard ed Esther Shapiro per Dynasty, da Stephen Karpf e Elinor Karpf per Capitol, da da Bridget e Jerome Dobson per Santa Barbara. In Tempesta d’Amore c’è soltanto una banalissima alternanza tra gli amori dei personaggi più giovani e quelli dei personaggi meno giovani. Insomma, quello di Tempesta d’Amore è un mondo in cui non c’è mai spazio per eventi drammatici o per una rappresentazione del mondo degli affari o della politica che non sfocino nello zuccheroso o nel ridicolo. Pensiamo agli amori tra Adrian Lechner e la candida Clara o tra il maturo Werner Saalfeld e la nevrotica Doris Van Norden o, ancora alle risibili sedute del consiglio degli azionisti dell’albergo Furstenhof o dell’altrettanto risibile candidatura a sindaco del cuoco André. Vi sembrano personaggi e vicende cradibili? A noi, no. E,
l’ambientazione di Tempesta d’Amore non è meno monotona delle trame. Infatti, si svolge, sempre e comunque, al Furstenhof, ovvero il fittizio albergo a 5 stelle nel paesino immaginario di Bichelheim. Anche qui facciamo un confronto con la varietà delle ambientazioni in Dallas, Dynasty, Falcon Crest e il nostro parere nei confronti di Tempesta d’Amore non può che essere negativo. E, infine, veniamo agli attori. Sarà anche vero che il cast di Tempesta d’Amore sia stimatissimo in Germania, però ciò ci lascia perplessi. O, la Germania non è più il paese dei grandi artisti, come Bruno Ganz, come Hanna Schygulla, come Barbara Sukowa, come Margarethe Von Trotta, come Wim Wenders o gli elogi non si spiegano. E, francamente, anche qui il confronto tra Tempesta d’Amore e le soap opera statunitensi degli anni ’70 e ’80 è sfavorevole. Sarà istruttivo confrontare artisti notevoli quali John Forsythe o Charlton Heston o Barbara Stanwyck o Jane Wyman con la compagnia di attori di Tempesta d’Amore. E, pensiamo al casta davvero stellare di Falcon Crest. Oggi una soap opera germanica in cui recitino attori della qualità di Mel Ferrer, Kim Novak e Gina Lollobrigida, tra i moltissimi che erano apparsi in Falcon Crest, è fanstascienza. Per cui invitiamo, caldamente, la rete Mediaset, Rete 4 a cancellare la noia di Tempesta d’Amore e, magari, riproporre, volendo restare nel campo delle soap opera, Dynasty o Falcon Crest. O programmare, magari, uscendo dal campo delle soap opera, anche una stupenda serie televisiva, d’ambito finanziario (perciò ancora attuale oggi), come I boss del dollaro, interpretata dai grandissimi Kirk Douglas e Christopher Plummer. Per potere di nuovo applaudire dei veri grandi attori. Diciamolo, forte e cgiaro. Cancelliamo la banalità di Tempesta d’Amore dai palinsesti italiani.Qualcuno di voi lettori dirà: Si tratta soltanto di una soap opera. Certamente, rispondo, ma una battaglia per il ritorno ad una televisione che consideri prioritario il livello artistico può cominciare proprio dalla cancellazione di Tempesta d'Amore

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Cristiada



Titolo originale     For Greater Glory - The true story of Cristiada
Lingua originale     inglese, spagnolo
Paese di produzione     USA, Messico
Anno     2011
Durata     143 min
Colore     colore
Audio     sonoro
Genere     drammatico, storico, guerra, epico
Regia     Dean Wright
Soggetto     Michael James Love
Produttore     Pablo Jose Barroso
Fotografia     Eduardo Martinez Solares
Musiche     James Horner
Scenografia     Salvador Parra
Interpreti e personaggi

    Andy Garcia: Enrique Gorostieta Velarde
    Eva Longoria: Tulita
    Peter O'Toole: padre Christopher
    Bruce Greenwood: ambasciatore Morrow
    Oscar Isaac: Victoriano 'El Catorce' Ramirez
    Bruce McGill: presidente Calvin Coolidge
    Nestor Carbonell: Mayor Picazo
    Catalina Sandino Moreno: Adriana
    Santiago Cabrera: padre Vega
    Rubén Blades: Presidente Plutarco Elías Calles
    Eduardo Verástegui: Anacleto González Flores


























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Addio a Tom Bosley, l’Howard Cunningham di “Happy Days”
















Era il «ferramenta» più famoso del mondo, un adepto della «Loggia del Leopardo» e soprattutto l’uomo che col suo inattaccabile buonsenso metteva un freno alle sparate di Fonzie e ai sogni rock’n’roll del figlio Richie Cunningham e dei suoi amici Potsie e Ralph. Tutti lo conoscono come Howard Cunningham, una delle caratterizzazioni più efficaci del serial “Happy Days” ma Tom Bosley - scomparso ieri a 83 anni nella sua villa di Palm Spring in California per un’infezione - era un attore di lungo corso e di grande versatilità. Bosley è nato a Chicago, figlio di Dora e Benjamin Bosley. Durante la Seconda guerra mondiale entrò a far parte della Marina Militare degli Stati Uniti d'America. Mentre ancora frequentava la DePaul University, nel 1947 fece il suo debutto sul palcoscenico di Our Town nel "Fine Arts Theatre". Bosley ha effettuato anche delle performance nel Woodstock Opera House a Woodstock in Illinois, nel 1949 e nel 1950 accanto a Paul Newman. Ha iniziato interpretando il fante di cuori nel 1955 in una produzione televisiva di Alice in wonderland, però il suo debutto alla grande lo ebbe con il ruolo di Fiorello La Guardia, tre volte sindaco di New York nel musical “Fiorello” nel 1959 con cui vinse un Tony Award[2]. Nel 1994 ha ricoperto il ruolo di Maurice ne La Bella e la Bestia. Iniziò con il suo primo ruolo cinematografico nel 1963 come l'aspirante corteggiatore di Natalie Wood in Strano incontro (Love with the Proper Stranger), poi ha avuto altri ruoli nei film come La vita privata di Henry Orient (The World of Henry Orient), Divorzio stile americano (Divorce American Style), Appuntamento sotto il letto (Yours, Mine and Ours) e Gus. Inoltre Bosley ha condiviso una storia sincera sulla sua esperienza con l'Olocausto nel film documentario Paper Clips. Apparì anche in televisione nel 1960 nel programma Diagnosi: Sconosciuto (Diagnosis: Unknow) con Patrick O'Neal, nel 1962 ha interpretato l'assistente procuratore nell'episodio "L'uomo che voleva morire" nel telefilm La legge e il signor Jones (Laws and Mr. Jones). Nel 1969 è apparso nell'episodio Il virginiano (The Virginian). In Happy Days papà Cunningham, coi suoi consigli e le sue battute, era il prototipo di quei padri americani un po’ conservatori i ma al tempo stesso aperti ai giovani. TV Guide aveva classificato Bosley, nelle vesti di Howard Cunningham, al posto numero 9 della classifica dei «50 Greatest Dads of All Time Tv» nel 2004, i 50 più grandi "papà" della storia della Tv. Solo la (finta) svampita moglie Marion (lo ha ricordato così: “Sul set è stato mio marito per undici anni e un papà per tutta la squadra. Eravamo una coppia perfetta”) lo metteva sotto con battute al tempo stesso candide e taglienti; per il resto il suo faccione pacioso teneva a bada persino il ribelle machismo di Fonzie. Nei serial televisivi si faceva ricordare anche quando non era protagonista. Nella popolarissima serie “La signora in giallo” (Murder, She Wrote) è stato a lungo a fianco della scrittrice Jessica Fletcher (Angela Lansbury), nei panni dello sceriffo Amos Tupper, molto ben caratterizzato come tutore della legge di una cittadina del Maine. Tra i ruoli che lo hanno visto da protagonista i film tv “I racconti di padre Dowling” (Father Dowling Mysteries) dove interpretava un prete -investigatore sulle orme di Padre Brown, ma Bosley ha lavorato anche in “Marcus Welby” (progenitore di “Dr House”) e nel mitico (per gli americani) episodio pilota di “Night Gallery” diretto da Steven Spielberg e con protagonista Joan Crawford. nonostante il grande successo televisivo non abbandonò mai il teatro. Così come la sua carriera non si interruppe mai. Bosley è stato anche un doppiatore, è stato ospite in radio nella "General Mills Radio Adventure Theater" una serie drammatica per bambini del 1977. Ha doppiato molti personaggi dei cartoni animati tra cui Harry Boyle in "Wait Tll Your Father Gets Home" Ha dato la voce al carattere di David Gnomo e il proprietario del negozio di Mr Winkle in uno speciale di natale per Bambini. Ha doppiato anche la voce di Geppetto in I sogni di Pinocchio, uscito nel 1987. Nel 2008 ha girato il film tv “Charlie & Me” e pochi mesi fa era tornato in teatro al fianco di Jennifer Lopez in “The Backup Plan”, anche se il suo fisico era già indebolito e minato dall’infezione virale che lo ha portato via ai suoi affezionati spettatori - soprattutto giovani - che nel pazzo mondo dell’«american graffiti» ricorderanno sempre la pacata saggezza di Howard Cunningham. Il New York Times gli ha dedicato un'intera pagina: "Un uomo dalla voce calda, attore con un corpo rotondo che personificava l'autorità paterna".

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